Questo pezzo è originariamente apparso su Scrivo, speciale letterario per iPad realizzato da Studio nell’estate 2014.

A tre giorni dalla consegna di questo pezzo sono stato sul punto di spedire ai miei colleghi una mail di resa. La verità è che, in quel momento, avere tre giorni o una vita per scrivere qualcosa su Denis Johnson non avrebbe fatto grande differenza. La verità è che non solo non avevo idea di cosa scrivere ma neppure, in un certo senso, di chi stessi scrivendo. Chi è Denis Johnson? Un poeta che scrive prosa? Un romanziere che scrive anche poesie? Uno scrittore di fiction prestato al reportage di guerra? Un ex alcolizzato salvato dalla scrittura? Un moderno Melville? Il tratto che unisce Cormac Mc Carthy e Don De Lillo? Quello tra Le Carré e Carver, di cui è stato allievo? Quanti Denis Johnson esistono? Da quale partire? La verità è che più cercavo di avvicinare l’argomento e il personaggio, più entrambi mi resistevano. Più tentavo una sintesi e più il soggetto si sfaldava. È stato a quel punto che ho realizzato che le difficoltà che stavo incontrando, tutta quella sfuggevolezza e resistenza, non erano semplici incidenti di percorso; in un certo senso erano Denis Johnson. Non solo uno dei migliori scrittori americani contemporanei ma anche uno dei più irregolari e impenetrabili.

È un dato di fatto che di Denis Johnson non si sa moltissimo, conducendo una vita pubblica piuttosto diradata e un’esistenza lontana dai riflettori del glamour letterario. Una delle cose che si conoscono è che è nato a Monaco di Baviera il primo luglio del 1949. Un’altra è che il padre lavorava lì per il Dipartimento di Stato americano, con un incarico all’intersezione tra CIA e Servizio Informazioni. Non una spia, il padre di Denis, ma di sicuro un uomo che di spie ne frequentava molte. Una circostanza che anni dopo tornerà utile al figlio nella stesura del suo romanzo più voluminoso, Albero di Fumo (Mondadori, 2007), e del più recente, Laughing Monsters (FSG, 2014): due libri che pullulano di spie. Il lavoro del padre portava la famiglia Johnson a spostarsi spesso. Dopo le macerie della Baviera dell’immediato dopoguerra, in tenera età Denis conobbe anche i tifoni politici delle Filippine da pochissimo dichiarate indipendenti dagli USA. Più tardi fu il turno dell’enormità di Tokyo e infine della periferia di Washington. Non ancora adolescente Denis Johnson aveva già vissuto ai quattro angoli del mondo e testimoniato con i propri occhi le conseguenze di una guerra calda e l’inizio di una fredda. Quando la sua famiglia fece ritorno in America erano i primi anni ’60 e, come molti coetanei, anche Denis scoprì la poesia attraverso la musica di Bob Dylan. Grazie a Dylan, Johnson incontrò un altro Dylan, il poeta gallese Dylan Thomas e da lì Eliot, Whitman e, più tardi, persino Montale. Così, prima che potesse rendersene conto, si ritrovò a sua volta a scrivere poesie. La sua prima collezione uscì con il titolo di The Man among the Seals nel 1969. Johnson aveva appena 19 anni. L’anno seguente si ritrovava alla University of Iowa, tra i suoi insegnanti Raymond Carver. Sembrava l’inizio di una carriera da giovane prodigio, ma per lui la vita aveva altri progetti.

In una delle rare interviste che ha concesso nell’ultimo decennio, Johnson ha rivelato di come sia la moglie a occuparsi di tutte le questioni pratiche che riguardano il suo lavoro di scrittore: «Mia moglie dice che sono una specie di Ozzy Osbourne». Dove “Ozzy Osbourne” sta per “ultrasessantenne bruciato dagli eccessi”. Tra l’uscita del suo primo libro di poesie nel 1969 e quella del suo primo romanzo nel 1983, Johnson ha infatti abusato di ogni genere di sostanza — «eroina, alcol, erba e qualunque genere di pillola mi capitasse sotto tiro» — trascorrendo essenzialmente un’esistenza da vagabondo per tutto il percorso tra i venti e i trent’anni, alla soglia dei quali prese la decisione «più saggia della sua vita»: tornare a vivere dai suoi genitori, che nel frattempo si erano trasferiti in Arizona, per tentare la riabilitazione. Era il 1978 e mentre passava le sue giornate a letto tra sudori freddi, dolori lancinanti e, talvolta, i propri escrementi; a Phoenix Johnson fece quella che più tardi avrebbe descritto come «una forte esperienza della presenza di Dio». Un Dio «silenzioso e tendente al blu», a quanto ricorda, che sembra fare la propria comparsa in una delle opere più conosciute e amate dello scrittore, la raccolta di racconti Jesus’ Son del 1992:

«To catch the bus home each day I walked through a vacant lot, and sometimes I’d run right up on one — one small orange flower that looked as if it had fallen down here from Andromeda, surrounded by a part of the world cast mainly in eleven hundred shades of brown, under a sky whose blueness seemed to get lost in its own distances. Dizzy, enchanted — I’d have felt the same if I’d been walking along and run into an elf out here sitting in a little chair. The desert days were already burning, but nothing could stifle those flowers»
Jesus’ Son

Le note biografiche più interessanti e rinomate della vita di Johnson si arrestano al 1983, l’anno in cui ottiene la completa sobrietà ed esce il suo primo romanzo, Angels. Da quel momento in poi diventa a tutti gli effetti uno scrittore a tempo pieno. Non un recluso, come Salinger o Pynchon, ma un personaggio che si concede e racconta di rado, e che nella propria carriera sembra non progettare nulla, non cercare alcuna coerenza se non quella dettata dalla propria curiosità. Il curriculum che va dall’inizio degli anni ’80 ai 2000, lo dimostra. Prosecuzione più o meno sporadica dell’attività in versi a parte, nel giro di un ventennio Johnson ha messo in fila una serie di opere che potrebbero appartenere alla carriera di cinque o sei scrittori diversi. Angels è un on the road nostalgico e angosciante che racconta la fuga d’amore di una donna con un personaggio, Bill Houston, che ritroveremo, più giovane, tra i protagonisti di Albero di Fumo, un libro pubblicato ventiquattro anni più tardi. Fiskadoro del 1985 è un romanzo post-apocalittico ambientato in un arcipelago della Florida, un romanzo sci-fi ma anche un’antropologia a posteriori della cultura del tempo in cui è stato scritto. Un libro che tratta del rapporto tra linguaggio e mondo ma anche un racconto d’avventura e formazione adolescenziale alla Huckelberry Finn. Un poema in prosa ma anche un romanzo che alla sua uscita è stato recensito così sul New York Times:

«Fiskadoro è il tipo di libro che avrebbe potuto scrivere un giovane Herman Melville se fosse vissuto oggi e avesse studiato lavori tanto diversi quanto la Bibbia, The Waste Land, Fahrenheit 451 e Dog Soldiers, avesse visto Guerre Stellari e Apocalypse Now diverse volte, si fosse fatto un sacco di acido ascoltando Jimi Hendrix e Rolling Stones per ore»

Se Angels aveva già ottenuto il consenso di pochi ma validi estimatori — tra cui Philip Roth che lo definisce un «piccolo capolavoro» — è con Fiskadoro che Johnson suscita l’interesse di una readership più ampia e quello di riviste come Esquire, Paris Review e New Yorker che iniziano a comprare i suoi racconti e a commissionargli alcuni articoli di non-fiction. Johnson comincia così una terza carriera come giornalista, reporter e saggista, in seguito raccolta in Seek: Reports from the Edges of America and Beyond (2001, in Italia Cronache Anarchiche. Dall’America e dai confini del mondo, Alet, 2005), al cui interno trova posto un collage di testi la cui qualità copre tutto lo spettro da sublime a scadente e i cui soggetti — quasi sempre ai margini della società quando non proprio del pianeta — spaziano da un raduno di hippie nostalgici in Oregon a un racconto di Kabul sotto il regime dei talebani, dalla trattazione quasi entomologica dei frequentatori anarco-libertari di un bar del Montana fino a due lunghi reportage, uno più straordinario dell’altro, sulla guerra civile in Liberia, in cui Johnson riesce a condensare, in momenti di devastante e incontrollabile poesia, il racconto di fatti atroci e la descrizione di personaggi e situazioni straordinarie, come quella di Antonio Rainieri, un italiano fuggito a Monrovia dove si è costruito un’immensa famiglia allargata:

«It’s not necessary to describe him at lenght, but I find I want to describe him and even to repeat myself. He hardly had a physical existence, was rather just a cloud-chamber of emotions in which all his hopes and expectations stayed as bright as they’d been on the day he’d arrived–he accepted nothing, expected better, harangued each wrong that blocked him: at the same time his heart rained love. Love for humanity, love for Liberians, the people who’d adopted him, the only people who could return his love with matching intensity. He didn’t seem aware that he himself existed; meanwhile this large family celebrated him continually. Passion ran over him like an army, one minute his color darkened, ropy veins stood out around his eye sockets, his throat constricted until he crowed his words»
— Seek: Reports from the Edges of America and Beyond

La carriera non-fiction di Johnson procede senza intoppi fino al 1988, quando, nel corso di un lavoro assegnatoli da Esquire nelle Filippine, contrae la malaria, che lo costringe a sospendere l’attività per un lungo periodo. Rimessosi in salute, Johnson si ritrova nel bel mezzo del divorzio dalla seconda moglie e oberato da un debito di 10.000 dollari con il fisco americano. Ed è appunto l’urgente bisogno di soldi che fa prendere a Johnson la «seconda decisione più saggia» della sua vita: raccogliere undici racconti, usciti tra la fine degli anni ottanta e l’inizio dei novanta su Esquire, New Yorker e Paris Review, in un’unica raccolta. È questa la genesi di Jesus’ Son, un libro divenuto immediatamente di culto tra una cerchia di adoratori che si allarga di anno in anno. Un “romanzo a racconti” ambientato in una piccola città dell’Iowa, uno stagno in cui si dimenano una serie di tossici le cui vicende rimbalzano da un racconto all’altro, cronologicamente sparpagliate ma tenute insieme dal punto di vista dell’io narrante, un giovane soprannominato Fuckhead. Un libro che si apre con quello che è probabilmente il singolo racconto più conosciuto di Johnson, nonché una delle sue dichiarazioni di poetica più forti: “Car Crash While Hitchhiking”, la cronaca allucinata di un incidente d’auto che ha coinvolto l’io narrante e distrutto la famiglia a cui aveva chiesto un passaggio. Un racconto in cui i confini tra realtà e miraggio, carne e spirito, presente e futuro si confondono e tutto frana addosso al lettore come in un sogno sotto anestesia:

«Down the hall came the wife. She was glorious, burning. She didn’t know yet that her husband was dead. We knew. That’s what gave her such power over us. The doctor took her into a room with a desk at the end of the hall, and from under the closed door a slab of brilliance radiated as if, by some stupendous process, diamonds were being incinerated in there. What a pair of lungs! She shrieked as I imagined an eagle would shriek. It felt wonderful to be alive to hear it! I’ve gone looking for that feeling everywhere»
Jesus’ Son

Il successo della raccolta e la successiva vendita dei diritti per un film che esce nel 1999 per la regia di Alison MacLean e le interpretazioni di Billy Crudrup, Samantha Morton, Jack Black, Michael Shannon e Dennis Hopper (oltre a un cameo dello scrittore), fruttano a Johnson un certo, insperato benessere che gli permette di divagare ulteriormente, sperimentare con nuovi formati. Tra metà anni ’90 e primi 2000 pubblica Already Dead: A California Gothic (1998), un romanzo in cui Johnson si “diverte” a mescolare gli ingredienti dell’hardboiled californiano e quelli del southern gothic in unica crepuscolare riflessione sul male e sull’indifferenza della natura, ma anche due testi teatrali Hellbound on My Trail: A Drama in Three Parts (2000) e Shoppers: Two Plays (2002) e, soprattutto, il racconto lungo Train Dreams, che compare in origine nel 2002 all’interno di un numero della Paris Review e viene “riscoperto” dieci anni più tardi quando, a fine 2011, è pubblicato come novella autonoma da Farrar, Straus and Giroux, ricevendo una candidatura al Pulitzer nel 2012 (poi non assegnato quell’anno) insieme a The Pale King di David Foster Wallace e Swamplandia di Karen Russell. Definito una gemma persino dai suoi più tiepidi estimatori, Train Dreams (edito in Italia da Mondadori) è un libro di rara perfezione. Le sue 128 pagine bastano infatti a Johnson per raccontare l’esistenza di Robert Grainier, un operaio che a inizio ‘900 lavora alla costruzione della ferrovia che collega gli Stati Uniti da costa a costa, un essere semplice che con la sola tenacia del suo spirito cerca di restare a galla in un’epoca che lo contempla sempre meno. Un libro sulla ritirata della natura dalla coscienza americana, sul tramonto della trascendenza in quell’esperienza spirituale ma anche un racconto semplice e nostalgico, pieno di tenerezze e umanità, dell’emarginazione progressiva di un uomo, un altro “figlio di Gesù” in fondo, ed è tra tutti, forse il libro in cui il talento di poeta e quello di narratore di Johnson si reggono meglio l’uno con l’altro. Un libro al cui interno si incontrano echi di Whitman e Eliot ma anche di Mc Carthy e Twain, Hemingway, Flannery O’ Connor e il Faulkner dei racconti.

Se la ripubblicazione di Train Dreams ha di recente consolidato il seguito e la fama di Johnson, confermando che si tratta di uno scrittore prezioso, che se ne infischia dei trend letterari, portatore di una concezione della letteratura “antica” ma non antiquata, come fonte di illuminazione e trascendenza e non semplice nota a margine della società borghese contemporanea, il libro che più di tutti ha contribuito a fare uscire Johnson dalla sua nicchia di lettori affezionati, è un altro: Albero di Fumo, il romanzo più ambizioso e corposo mai partorito da Johnson. Uscito nel 2007 e premiato con il National Book Award l’anno successivo, Albero di Fumo è il Grande Romanzo Americano di Johnson anche se degli stilemi del GRA ovviamente Johnson non ne rispetta nemmeno uno. Il che equivale a dire che non è un grande ritratto fotorealistico di una famiglia media del New Jersey o del Midwest, né una presa di posizione su questioni di politica corrente. Albero di Fumo è semmai una rivisitazione frammentaria e corale della guerra del Vietnam, o forse sarebbe più corretto dire che affronta i detriti psicologici lasciati da quel conflitto sul campo dell’immaginario americano. Johnson ci ha lavorato a intermittenza per decenni per produrre infine un romanzo di 700 pagine ricco d’imperfezioni quanto di ambizione, in cui il Vietnam viene raccontato dai seguenti punti di vista: un agente dei servizi segreti in crisi di vocazione, una missionaria in cerca di Dio, due giovani fratelli (uno dei quali è il Bill Houston di Angels) progressivamente de-umanizzati dalla reiterazione della violenza, un mercenario/sicario tedesco privo di scrupoli, due vietnamiti che fanno il doppio se non il triplo gioco e, infine, un colonnello dell’esercito americano semi-impazzito, che vaneggia di guerra psicologica contro i Viet-Cong ed è insieme un omaggio e una parodia dei “grandi inquisitori” della letteratura anglosassone degli ultimi due secoli, dal Giudice Holden di Meridiano di Sangue al capitano Achab fino, ovviamente, al Kurtz di Cuore di Tenebra nella sua incarnazione di Apocalypse Now. Ed è proprio dalla relazione con gli antecedenti, siano essi letterari o cinematografici (il libro abbonda di citazioni pressoché letterali di film sul Vietnam) che sgorga la potenza di Albero di Fumo. È come se Johnson avesse ingurgitato tutto l’immaginario possibile sul conflitto — un immaginario la cui riproposizione ha ormai reso la realtà di quella guerra un semplice supporto per la fiction che gli è stata costruita sopra — per ripresentarlo al lettore nella sua realtà di dilemma morale insieme insolubile e grottesco, cruciale e futile. Ed è proprio alla fine di Albero di Fumo che Denis Johnson trova la risposta alla domanda che elettrizza tutta la sua opera: la salvezza, se esiste, non è di questo mondo.

autore di “Rap: una Storia, due Americhe” (minimum fax, 2019) sta lavorando a un secondo libro sul rapporto tra supply chain, logistica e globalizzazione.

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